Per Salvini la sicurezza è una scarica elettrica


Nonostante negli ultimi giorni si stia parlando molto di Decreto Sicurezza, chiamato anche Decreto Salvini, l’opinione pubblica è portata a pensare che si tratti solo di un insieme di misure riguardanti la regolamentazione dell’immigrazione; quello, insomma, che il nostro Ministro degli Interni ha reso il proprio leitmotiv dai tempi in cui era solo all’opposizione. Ma nel Decreto divenuto definitivamente legge il 28 novembre scorso sono presenti anche numerosi articoli inerenti alla sicurezza urbana, la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata – temi che riguardano da vicino gli italiani, tanto cari al vertice del Viminale.

IL REATO DI BLOCCO STRADALE

Il primo punto che dovrebbe far accapponare la pelle di qualsiasi democratico è sicuramente la reintroduzione del reato di blocco stradale e ferroviario. Dal 1999 l’atto di protestare per strada o occupando dei binari era sanzionato solo come illecito amministrativo; oggi invece chi compie queste azioni assieme ad altre 4 o più persone è condannabile alla reclusione da 2 a 12 anni.

Blocchi passati e divenuti famosi come quello effettuato sull’autostrada Torino – Bardonecchia nel febbraio-marzo 2012 dopo la caduta di Luca Abbà da un traliccio dell’alta tensione oggi sarebbero perseguiti penalmente. Mentre allora si trattava di protestare contro la militarizzazione crescente della Val di Susa, oggi e domani potrebbe trattarsi di esprimere in piazza il proprio dissenso politico.

Forse la reintroduzione del reato di blocco stradale ha proprio il fine di limitare le manifestazioni di opposizione al Governo, forse no; sicuramente dobbiamo tenere d’occhio questo articolo e come verrà applicato in futuro. Sarà una limitazione del diritto di manifestare liberamente, sancito dall’articolo 21 della Costituzione Italiana, o solo una garanzia di sicurezza per i cittadini?

 

IL TASER

La pistola elettrica è stata data in sperimentazione nel settembre di quest’anno a Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza di 12 città italiane. Il decreto Sicurezza prevede di adottarla a titolo definitivo e di estendere la dotazione di quest’arma alla Polizia Municipale dei comuni con più di 100.000 abitanti. Ma cos’è esattamente il taser? Come funziona? È efficace negli stati in cui le Forze dell’Ordine ne sono già provviste?

Il taser è classificato come arma non da fuoco; fa uso di elettricità per paralizzare chi viene colpito, generando una contrazione dei muscoli. Lancia due dardi collegati mediante fili elettrici che seguono traiettorie non parallele e produce una scarica elettrica ad alta tensione e a bassa intensità, motivo per il quale – almeno potenzialmente – non rientra nelle armi considerate letali. Secondo Amnesty International, dal 2000 a oggi, il taser avrebbe fatto almeno mille vittime negli Usa, con la conferma dei media locali, che ne hanno censite 1.005. Può essere letale soprattutto per quegli individui che hanno patologie cardiologiche od ortopediche pregresse; qui viene spontaneo chiedersi come faccia un agente a conoscere la cartella clinica della persona a cui sta sparando, e di conseguenza sapere se quella scarica potrebbe essere per lei letale, non avendola mai vista e/o avendo a disposizione pochi secondi per agire. Non a caso, nel 2007 l’Onu ha incluso il taser nella lista degli strumenti di tortura, sconsigliandone ma non bandendone l’uso.

Quello che è certo è che avere in dotazione un’arma è una grandissima responsabilità per un agente, e deve essere di conseguenza responsabilità dello Stato addestrarlo ad utilizzarla limitatamente alla stretta necessità e nella maniera corretta. Siamo sicuri che dare in mano a migliaia di agenti, esseri umani come noi, un altro oggetto potenzialmente letale ma che può apparire come un giocattolo sia la soluzione? E soprattutto, ne abbiamo davvero bisogno?

 

LA VENDITA DI IMMOBILI SEQUESTRATI ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

In qualche articolo, la Legge appena approvata si ricorda di occuparsi anche delle associazioni a delinquere di stampo mafioso, problemini irrilevanti nella nostra bella Italia. Si recita che “i beni confiscati alle mafie, di cui non è possibile la destinazione per le finalità di pubblico interesse, sono destinate all’Agenzia della Vendita”. In altre parole, in caso non sia possibile, per motivi contingenti, destinare gli immobili sequestrati a una nuova vita sotto forma di scuole, cliniche, centri di aggregazione o altro, essi saranno messi all’asta.

 

Non avevamo dubbi sul fatto che per finanziare le proprie manovre finanziarie il nuovo Governo avrebbe cercato fondi in luoghi impensabili. Eravamo forse troppo in buona fede a sperare che non li avrebbe cercati nelle tasche delle mafie? Forse non è noto che nella maggior parte dei territori dove la mafia permea il tessuto sociale fin dalle radici, gli unici che potrebbero disporre della quantità di denaro necessaria a comprare ville con piscine, palazzi interi o vasti terreni sono i membri delle famiglie mafiose stessi. Insomma, ti sequestro un immobile, per qualche mese cerco (o fingo di cercare) una destinazione di pubblico interesse, e poi la rivendo a tuo fratello o tuo cugino, o a un membro del clan tuo avversario. Uno schiaffo a chi da anni si schiera in prima persona nella lotta alle mafie, a chi magari per questo è costretto a vivere sotto scorta, o a chi ha perso un suo caro nella guerra alla criminalità organizzata; più semplicemente, a chi crede che la legalità debba essere tra i valori prioritari della nostra Repubblica.

 

Leggendo il Decreto Sicurezza poche, ma salde, sono le nostre certezze: che chi governa il nostro Paese è di destra, una destra che non si vedeva da molti anni in Italia, quella che col polso duro indebolisce il tessuto e la coesione sociale, quella che incitando guerre tra poveri rafforza i già forti. Che questo non è ciò in cui crediamo, e lotteremo con tutti i nostri mezzi e le nostre forze per opporci a ciò che leggiamo ogni mattina sui giornali e continua a lasciarci inorriditi.

Chiara Vannucci

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