Sulla sua, sulla mia, sulla nostra pelle


La prima volta che ti appresti a guardare Sulla mia pelle, lo fai perché sai che devi farlo. È la coscienza che te lo sta chiedendo, esattamente come te l’ha chiesto nel lontano 2009, quando il nome Stefano Cucchi aveva cessato di essere quello di uno sconosciuto qualsiasi. Nove anni dopo, Stefano ti entra in casa e lo fa senza chiedere permesso. Entra e basta, con quella sua maglietta verde fluo e gli occhi ormai viola, sbattendo la porta dietro di sé perché già anni fa avevi tentato di chiudergliela in faccia.

Non gli importa più di disturbare, nel mezzo della notte, madri e padri di tutta Italia, perché sa che c’è già qualcosa a tenerli svegli: l’idea di non aver alzato la voce all’uscire della prima pagina di giornale, di aver lasciato Ilaria sola con quella foto di Ste scattata furtivamente con il telefonino, sola nel suo perenne lottare.

Quando inizi quell’ora e quaranta di film Stefano Cucchi diventa subito Ste, si trasforma nel fratello che tu hai ormai perso, nel figlio che hai cercato di visitare in tutti modi, nell’amico che crede di essere stato abbandonato da tutti, ma – lui spera – non da Dio.

Proprio perché non vuoi essere come il PM o come il giudice, scruti ogni centimetro del suo corpo, ti chiedi ossessivamente perché abbia rifiutato sporadiche offerte d’aiuto, ma ti rispondi amaramente che, forse, nemmeno tu saresti stato in grado di fidarti di mani che possono all’occorrenza essere capaci di tanta violenza. Ste lo sa, l’ha provato sulla sua pelle.

Dopotutto, come dare torto al padre. Ste non parla, e come biasimarlo: avresti parlato, incolpato carabinieri o forze dell’ordine se fossi rimasto per chissà quanto sotto la loro giurisdizione? E se fossero tornati a darti anche il resto, con più rabbia di prima?

A poche ore dalla morte Ste chiede della cioccolata e no, non si tratta di finzione cinematografica. Ste vorrebbe solo della cioccolata calda, ma non ce n’è in giro. Fa niente, dice. Ed è esattamente quella rassegnazione finale, quel “niente” quasi soffiato fra le labbra, che fa montare la rabbia di non avergli potuto dare aiuto, conforto, di non avergli dato la forza di pensare che forse non tutto era perduto e che qualcuno, ancora, lo voleva davvero vedere più sereno.

A quel punto sei così arrabbiato da sentirti tu stesso in colpa perché, diamine, almeno un semplice bicchiere di cioccolata calda avresti potuto portarglielo, a quel ragazzo tanto mingherlino che beveva bottigliette d’acqua a metà e fumava sigarette a letto.

È proprio qui che Ste entra in tutto quello che sei e che fai. Con lui il suo viso, la sua schiena, il suo “abbracciame papà”, con l’urlo straziato dei suoi genitori; perché quelle botte, quei lividi scopri poi di averli anche tu, non sono più solo sulla sua pelle, ma sulla tua, sulla nostra pelle.

 Alla fine del film sei solo con i tuoi pensieri.

Sei solo come è stata Ilaria, solo come Ste, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Luciano Isidro Diaz, Carlo Giuliani, come Arnaldo Cestaro.

E vorresti urlare, scoppiare in lacrime, dimenarti per dire che nessuno di loro è mai stato solo e che se un tempo abbiamo permesso fosse così, ora abbiamo capito, e non lo saranno più.

Perché non sia mai troppo tardi.

Per Ste.

 

Vittoria Loffi

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