Violenza verbale mediatica: a che pro?


Da anni, molti giornali fanno uso di parole sprezzanti rivolgendosi a politici, italiani e non, portando il Bel Paese a dar sfogo alla propria rabbia e frustrazione.  Al di là dello sdegno che provoca, la tendenza è uno spunto interessante per ragionare sulla scarsa considerazione che il giornalismo, e con esso la società italiana, dà al valore autentico delle parole. È naturale aspettarsi questo atteggiamento da una società in cui termini e concetti si perdono in tutti i tweet ed i messaggi che ogni giorno vengono trasmessi tra i nostri cellulari, ma questa abitudine all’istantaneità non può finire per far dimenticare il vero significato delle parole.  Una parola nasconde in sè tanti significati, ma soprattutto le parole – come sostiene Freud – sono incantesimi: attraverso esse possiamo cambiare il destino di un uomo, possiamo influenzare i suoi giudizi, le sue decisioni.  È per questo che si prova sgomento quando, ad esempio, il naturale flusso di persone che dall’Africa giunge in Europa viene definito una ondata migratoria, quasi a decretare che i migranti si spostino nel Vecchio Continente per invaderlo.  Per questo non può che lasciar turbati la violenza con cui, per screditarne l’operato, una donna viene colpita da termini e considerazioni misogini e maschilisti. Ogni parola determina una precisa responsabilità di cui deve farsi carico non solo chi la pronuncia, ma anche chi la trasmette: troppo spesso giornalisti e media in generale sembrano assecondare chi delle parole fa uso con troppa leggerezza.

Per riuscire a spiegare compiutamente questioni ed eventi, soprattutto quelli più fumosi e scomodi – e creare quindi un’opinione pubblica consapevole – è necessario raccontare la realtà in modo onesto, veritiero e responsabile.  Tuttavia, per essere responsabili bisogna essere liberi, nella scelta e nelle opinioni.  É qui che emerge un’altra problematica della stampa e della politica italiane: la spada di Damocle delle vendite, cui consegue il bisogno nevrotico di soddisfare i pruriti più malsani dei lettori.  Questa tendenza negativa della stampa italiana è confermata da diversi studi internazionali, tra cui quello di Reporter Senza Frontiere, che piazza l’Italia al settantasettesimo posto nel mondo per libertà di stampa, dopo la Moldavia.

Se inizialmente utilizzare un linguaggio popolare aiuta a raggiungere consenso, quindi vendite, nel lungo periodo la politica degli slogan e delle parole ad effetto può portare a conseguenze devastanti, oltre che per la credibilità dell’autore, anche per la società: usare parole estreme e non ragionate non può che acuire tensioni sociali.  Come accade a qualche partito italiano, che si definisce anti-partito, ma partecipa alle istituzioni democratiche, o all’euroscettico, che rinnega l’UE, ma dal lauto onorario europeo trae poi sussistenza, in questa spirale di vacuità anche il giornalista, che dovrebbe essere maestro di parole, finisce per fare di esse un uso sbagliato e, spesso, lesivo. A pagarne le conseguenze sono sempre i normali cittadini che, in questa confusa tensione, si abbandonano alla sfiducia in risposta all’atteggiamento di chi, invece di guidarli, li ingrassa con parole malsane.

Quant’è vero, allora, ciò che diceva Artur Graf: Certo, le parole non sono buone azioni, ma qualche volta una buona azione vale come una buona parola.

 

Luca Loiero

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