Oro blu – se l’acqua diventa un bene di lusso


Ogni anno, l’uomo sfrutta più risorse terrestri di quante il nostro pianeta riesca a rigenerare: tra queste, l’unica di cui non potremo mai fare a meno: l’acqua. Di tutte le risorse idriche della Terra, solo l’1% è costituito da acqua potabile e raggiungibile dall’uomo: si tratta dunque di un bene preziosissimo, sui cui si fonda la nostra sopravvivenza, e che rischia di trasformarsi in bene di lusso.
Previsioni scientifiche riportate da Legambiente infatti rivelano che nel 2025 in Africa verrà “prelevata” ogni anno il 40% di acqua in più rispetto a quella teoricamente disponibile. In Europa e negli Stati Uniti, il prelievo eccederà la disponibilità del 20-40%.

Com’è possibile?
Semplice: l’acqua è un bene rinnovabile, che si rigenera tramite il ciclo idrogeologico: il pianeta stesso funziona come un “depuratore”. Questo ciclo ha però tempi molto diversi: per riempire nuovamente una falda sotterranea possono essere necessari decenni o secoli.
Ecco: il crescente prelievo d’acqua dovuto alla crescita della popolazione ci spinge a sfruttare falde e risorse con tempo di ricarica elevato: alcune di queste impiegano più di due secoli per riprendere del tutto il normale regime.
una volta che si saranno esauriti, questi depositi non saranno più disponibili nel breve e medio periodo, lasciando scoperto parte del nostro fabbisogno. Questo rende, in parole povere, insostenibile il nostro consumo abituale.
Ma non è tutto: la quantità d’acqua disponibile sul nostro pianeta diminuisce ogni giorno.
Il cambiamento climatico e il conseguente innalzamento della temperatura, infatti, accrescono la quantità d’acqua “intrappolata” in forma gassosa nell’atmosfera, riducendo la disponibilità di tale risorsa sulla terra e rendendo più violenti ed imprevedibili uragani e tifoni.

Già così, la situazione si prospetta emergenziale e catastrofica: stiamo parlando del futuro della nostra generazione, senza spingerci a scomodare figli e nipoti.
A questo si aggiunge il deterioramento della qualità dell’acqua, da un lato “vittima” del crescente inquinamento dovuto tanto ai paesi occidentali quanto alle economie emergenti, dall’altro “carnefice”: l’intensificarsi delle precipitazioni provoca il dilavamento dei nutrienti e il conseguente impoverimento del suolo, rendendolo sempre meno adatto alle coltivazioni.
Tutti questi fenomeni porteranno in previsione, nel 2050, a 200 milioni di profughi cosiddetti “climatici”: 200 milioni di vite costrette ad abbandonare le loro abitudini, le loro case, il loro lavoro.
Ma in Italia?
L’Italia è tra i Paesi con il maggior rischio idrico in Europa: quest’anno la siccità ha portato a più di due miliardi di danni in agricoltura e all’attivazione dello stato di calamità naturale per sei regioni.
Due miliardi, non bruscolini in un Paese che non trova le risorse per sostenere il suo sistema di welfare. Per contrastare questo fenomeno, ci sono dei buoni modelli da seguire, nel piccolo come nel grande, che rispondono ad un’unica parola d’ordine: efficienza.

Come singoli individui, dobbiamo focalizzarci sui nostri consumi.
Un hamburger da 110 grammi richiede 2500 litri d’acqua. Una felpa? Altra acqua. Un’auto? Altra acqua. Riciclare una bottiglia? Acqua. Tutto richiede acqua. Controllare i propri consumi in ogni campo, evitando gli sprechi (di cibo, vestiario, etc.) consente di risparmiare acqua, necessaria tanto nella produzione quanto nel riciclo o nello smaltimento dei beni.

Salendo di scala, l’esempio da seguire è Israele: uno Stato che, dovendo fare i conti con frequente scarsità d’acqua, ha sviluppato modelli anti-spreco innovativi.
In Israele, per ogni litro immesso negli acquedotti, solo il 9% viene perso e non arriva nelle case dei cittadini: in Italia, il 38,2% (Istat, Ispra).
Gli israeliani riutilizzano l’86% delle acque reflue in agricoltura e altri impeghi: il secondo Paese al mondo è la Spagna, ed appena al 19%: un enorme spreco, e una grande miopia.
Le tecnologie per rimediare a questo sperpero esistono già da tempo, a mancare sono lungimiranza politica – e i relativi investimenti.
Infine, Israele adotta alcune tra le più moderne tecniche di desalinizzazione a basso impatto ambientale, con cui copre il 40% del fabbisogno idrico del paese, con l’obiettivo di arrivare al 65% entro pochi anni.

Per dare corpo a queste “buone pratiche” però, bisogna prima di tutto informarsi e parlarne: con gli amici, i compagni di studio, i colleghi.
Le azioni necessarie per invertire questo pericoloso trend richiedono scelte forti: ora più che mai la debolezza della politica richiede che siano i cittadini e la società civile a mettere al centro della scena un tema così rilevante ma anche poco “tangibile” quotidianamente.
Non possiamo certo aspettare che l’acqua smetta di uscire dai nostri rubinetti per svegliarci e gridare allo scandalo: è necessario costruire un movimento d’opinione che dia centralità e forza a questa battaglia.

Paolo Romano

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