Due sguardi sulla questione catalana


Catalogna: l’Europa dov’è?

Premessa. La pretesa di questo breve commento non è quella di offrire risposte. Al contrario, si tratta di porsi alcune domande su cui riflettere come giovani di sinistra, ma non solo. Tutti noi seguiamo con apprensione gli accadimenti che stanno verificandosi in Catalogna. A livello europeo, abbiamo assistito ad una più unica che rara convergenza nel pensiero delle forze politiche governative degli Stati Membri: il distacco della Catalogna dalla Spagna costituisce un atto illegale, contrario alla Costituzione spagnola. Al contempo, si tratta di una vicenda interna all’ordinamento spagnolo in cui l’Unione Europea sente di non dover entrare. Ma è davvero così?

La storia della Catalogna affonda le sue radici nel Medioevo. Nel corso dei secoli la regione guadagna e riperde varie volte differenti gradi di autonomia. Così fino ad arrivare alla dichiarazione di indipendenza dello Stato catalano del 1934, la successiva repressione che sfociò nella guerra civile spagnola ed infine il divieto di insegnare nelle scuole la lingua catalana negli anni del regime franchista. Una storia, un territorio, una lingua. Quali sono gli elementi che combinati tra loro identificano una nazione? I Catalani sono circa 7,5 milioni, sparsi su un territorio di 32mila Km2. Slovenia e Croazia, per intenderci, hanno dimensioni territoriali paragonabili ed assieme non raggiungono i 6 milioni di abitanti. Raffronto questo non casuale, se si considera che anche queste due nazioni sono nate all’inizio degli anni ’90 in seguito al distaccamento da uno Stato sovrano (Repubblica Federale di Jugoslavia). Le condizioni erano ovviamente diverse, il paragone richiede le dovute cautele. Ma è un buon punto da cui cominciare a riflettere.

Certamente la paura che circola nelle stanze di Bruxelles è che la vicenda catalana possa fungere da apripista ad ulteriori frammentazioni, alimentando le istanze separatiste locali che sono presenti in alcuni Stati Membri. Ma ciò giustifica il silenzio dell’UE? A riguardo c’è da chiedersi se in questo momento storico, nel quale vi sono Paesi che stanno lasciando l’UE o che hanno manifestato malcelate intenzioni in tale direzione, non sia invece un controsenso voltare le spalle ad un territorio che dell’UE si sente pienamente parte, o – almeno così sembra – da quanto finora sostenuto dai leader indipendentisti catalani.

Infine, per i sinistroidi più incalliti, c’è da chiedersi che significato potrebbero oggi assumere le parole di Pietro Nenni “O la Repubblica, o il caos”. La Catalogna aspira ad una forma di governo repubblicana. Anche l’Italia è una repubblica, questo qualcosa dovrà pur contare.

Leonardo Facchini

 

La prospettiva nascosta dell’indipendenza catalana

“Fu diversa quella notte, era una notte libera, con canzoni e vento d’inquietudine che destava la scura coscienza di uomini e di donne ammutoliti, quasi sempre anonimi”. Così scriveva José Agustín Goytisolo, poeta civile catalano, nel descrivere la voglia silente del popolo spagnolo e catalano di ribellarsi dall’oppressione del regime franchista. Così forse si saranno sentiti la notte del primo ottobre quei due milioni di cittadini catalani che hanno votato favorevolmente all’indipendenza della loro regione dalla Spagna. Ma è probabile che quella voglia di libertà si sia presto mutata in turbamento, nel vedere i tentativi maldestri del governo catalano di evadere le proprie responsabilità in merito all’autodeterminazione del popolo catalano, con il Presidente del parlamento della regione Puidgemont che decide in modo rocambolesco di fuggire in Belgio per non essere arrestato dalla polizia spagnola.

Molte sono state le critiche al referendum da parte dell’opinione pubblica internazionale che ha accusato la Catalogna di aver commesso un atto eversivo e illegale; senza considerare le conseguenze che subito si sono palesate con il governo spagnolo, che ha deciso all’unanimità di sospendere  l’autonomia regionale. Forse però l’intento catalano non era quello descritto dalle maggiori testate giornalistiche; il popolo catalano con questo referendum non voleva stabilire un’indipendenza, ma desiderava solamente affermare una propria identità. Sì, perché in una società liquida come la nostra, in continuo moto perpetuo, l’unica cosa su cui possiamo contare siamo noi stessi. Ecco che crescono allora l’individualismo e la voglia di un’affermazione personale che ci distingua dagli altri.

Ciononostante sono in molti a credere che il modo migliore per affermare la propria personalità sia quella dell’egoismo più becero. In questa trappola purtroppo è caduta la Catalogna, che ha pensato in maniera superficiale di rendere le proprie potenzialità e la propria ricchezza un bene appannaggio di pochi, che ha considerato la propria forza un fattore indipendente dal contesto nazionale ed europeo. Ma se solo la Catalogna nella ricerca di una nuova identità si fosse messa a disposizione della spagna e avessero cercato insieme un percorso condiviso forse tutti e due i pretendenti ne avrebbero giovato enormemente. Infatti l’individualismo unito alla solidarietà può aprire la via ad un nuovo umanesimo come anche sostenuto dal sociologo Wezel nella sua teoria dell’Empowerment umano.

Dunque il modello da seguire nella ricerca del proprio “io” nazionale non è quello catalano che trova nell’egoismo il proprio riconoscimento, bensì quello dell’Europa unita che indica nella solidarietà la via maestra nell’affermazione di sé come nazione. Infatti il motto dell’Unione Europea – “uniti nella diversità” – racchiude in sé il senso profondo e l’importanza dello stare insieme come risorse fondamentale per affrontare le sfide del nostro tempo. Allora che l’errore della catalogna sia di monito a tutti quelli che paventano nuove spinte indipendentiste perché, come dichiarava Che Guevara: “quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà”.

Luca Loiero

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