L’Europa che non c’è


…e a pensarci, che pazzia, è una favola, è solo fantasia…

Il Presidente Francese Emmanuel Macron, ritratto in questi mesi come la bandiera del rinnovato sentimento europeista e della rinascita del progetto europeo, annuncia di essere disposto a chiudere frontiere e porti ai migranti. Quando abbiamo festeggiato per la sconfitta di Le Pen e il trionfo dell’europeismo, non ci aspettavamo certamente questo. Fa riflettere che lo faccia in nome di quella falsa distinzione tra chi scappa dalla guerra e i cosiddetti “migranti economici”: come se nei continenti di fianco al nostro non si morisse di pallottole e persecuzioni quanto di fame. Come se cercare una soluzione ad una vita di stenti e privazioni mettendo a rischio la propria vita su un barcone fosse una colpa, un gesto egoistico volto a danneggiare la nostra società, sempre più arroccata sui propri privilegi; ma non è questo il punto.

È peculiare che il neo-eletto premier senta di potersi permettere questo gesto in leggerezza perché a capo di un partito monocratico, costruito intorno alla sua persona e dotato di principi solo a parole. Senza valori fissi, e senza una base di militanza salda in determinati principi, Macron può rivolgersi ora alla destra e ora alla sinistra, ora alla pancia e ora alla testa dei francesi, indossando ogni volta l’abito che preferisce: “prima l’Europa”, “prima la Francia”, eccetera. Eppure ancora non è questo il punto (anche se, va detto, sul pericolo della politica senza reali valori di riferimento ci sarebbe molto da discutere).

Il punto è che non si può fare l’Europa senza aver fatto gli europei.

Senza solidarietà, senza collaborazione sincera ed disinteressata tra gli Stati, è impossibile coltivare quel senso di comunità che avvicinando i popoli permetta la realizzazione di una reale Unione Europea (possibilmente federale). Se una questione inevitabilmente sovra-nazionale come quella della gestione dei flussi migratori viene affrontata non a livello collettivo ma di singoli stati – alla “ognuno per sé” – come possiamo sentirci parte di una realtà unita? Se la risposta a questa urgenza di soluzioni comuni sono le frontiere chiuse e la possibilità di carri armati (per ora inesistenti) schierati al confine del Brennero, se l’Austria e la Francia si uniscono, con barriere intangibili ma non meno impenetrabili, al muro (questo, invece, esistente) dell’Ungheria di Orban, come possiamo noi sentirci europei?

Forse l’Europa che immaginiamo è un po’ come L’isola che non c’è di Bennato: solo fantasia.

Eppure, non possiamo abdicare alla ricerca dell'”Europa che non c’è”. Non possiamo arrenderci al crollo di settant’anni di pace e prosperità solo perché la politica sta cedendo alla paura e ai facili rifugi. È compito nostro, delle nuove generazioni, posare i mattoni di una nuova e rinnovata Unione Europea. Il nostro impegno di tutti i giorni deve essere quello di raccontare e rinvigorire il sogno che Spinelli, Colorni e Rossi – ragazzi della nostra età – scrissero nel triste periodo della loro prigionia a Ventotene. Dobbiamo farlo ricercando un orizzonte ideale comune, che parli di libertà, di solidarietà, di eguaglianza; ma al contempo dobbiamo essere reali, concreti, e chiarire i benefici di questi settant’anni di pace e sviluppo economico.

Parole e fatti, valori e dati concreti, portati nella vita di tutti i giorni, a scuola, al bar, all’università, al lavoro. A perderci le ore, senza stancarci mai di parlarne e di cercare il confronto.

E ti prendono in giro se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché…

chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle, forse è ancora più pazzo di te!

Paolo Romano

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