Caro Salvini, cari salviniani


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C’è un racconto dal quale vorrei partire per raccontarvi di cosa sia stato storicamente e di cosa debba essere al giorno d’oggi il diritto di asilo. Siamo nel V sec a.C. quando in Grecia va in scena per la prima volta una tragedia di Eschilo: Le supplici. Le cinquanta figlie di Danao, per l’appunto “le supplici”, decidono di fuggire dal regno d’Egitto, perché, nel caso fossero rimaste, sarebbero state costrette a sposare i cinquanta cugini, figli di Egitto. Da qui, l’arrivo sull’isola di Argo e la supplica rivolta al re Pelasgo affinché le accolga ed eviti loro un destino fatto di sofferenza e infelicità. In un primo momento, il re si mostra restio visto il pericolo di un’imminente guerra con il regno di Egitto in caso avesse tenuto con sé le supplici, ma con il consulto dell’assemblea finalmente si giunge alla decisione di accogliere le cinquanta ragazze. Perché questo? Perché il re Pelasgo, piuttosto che liberarsi dell’eventuale possibilità di una guerra, prende questa decisione? La risposta è semplice quanto spiazzante: perché il diritto di asilo era considerato una consuetudine inviolabile. Le supplici scappano dalla persecuzione dei principi egizi, i quali per di più richiedono a Pelasgo la loro estradizione. Pelasgo semplicemente non può permettere che le cinquanta supplici tornino in patria e subiscano un destino che loro non hanno scelto e non può nemmeno permettere che la persecuzione continui e per questo, per senso di dovere e di giustizia, le accoglie ad Argo.

Arrivando, però, ai giorni nostri, si è giunti ad una codificazione di cosa sia questo diritto e ne troviamo una definizione nella Conferenza di Bath del 1950: l’asilo è la protezione garantita da uno Stato, sul suo territorio o in qualsiasi organo sotto la sua giurisdizione (ai tempi dei Greci poteva ad esempio trattarsi di un tempio, ad oggi di un’Ambasciata), ad un individuo che la richiede. Da questa definizione, si capisce come il diritto di asilo sia indubbiamente vasto e ricomprenda al suo interno una moltitudine di status legali ad esso connessi: lo status di rifugiato (il più chiacchierato), la protezione umanitaria, l’asilo diplomatico (quello di cui gode Julian Assange nell’Ambasciata dell’Ecuador a Londra) e quello territoriale, la protezione sussidiaria, fino ad arrivare alla massima estensione della definizione che arriva a comprendere addirittura i permessi di studio e quelli di residenza (come, ad esempio, quello concesso a Cesare Battisti ai tempi della sua permanenza in Francia). In passato, l’asilo è stato spesso concesso su ragioni politiche, come nei due casi sopra citati, ma quando si arriva ad una particolare sfaccettatura di questo diritto, lo status di rifugiato, le ragioni politiche non dovrebbero esistere. La procedura di accertamento dello status di rifugiato prevede, infatti, che l’esaminatore, tenendo conto delle condizioni di chi è giunto nel Paese per richiedere di essere riconosciuto come rifugiato, arrivi alla questione principale che ha spinto il candidato a lasciare la propria madrepatria e a rinunciare alla protezione che il suo stesso Stato gli offriva. Analizziamo, quindi, la definizione della Convenzione sullo status dei rifugiati del 1951: lo status è concesso a chi, avendo un timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un particolare gruppo sociale oppure opinione politica, si trovi al di fuori del Stato di cui ha la nazionalità (o in cui aveva abituale residenza, nel caso degli apolidi) e non sia in grado, o non voglia, avvalersi della protezione di quello Stato. E qui arriviamo ad un punto focale del discorso: è abbastanza comune che chiunque fugga dal proprio Paese per una delle succitate ragioni, contestualmente non vivesse in condizioni economiche favorevoli. In che modo, quindi, distinguere il cosiddetto “migrante economico” dal rifugiato? In realtà dovrebbe essere tutto molto semplice visto che la definizione del 1951 è molto chiara e gli esaminatori sono ovviamente preparati alla perfezione affinché si arrivi ad una soluzione veritiera della procedura di accertamento. In realtà, però, non è così. Prendiamo il caso estremo della Grecia, lo Stato in cui, in passato, il diritto di asilo era considerato addirittura sacro. A fronte delle numerose richieste d’asilo, essendo uno dei confini dell’Unione europea, la percentuale di riconoscimento dello status di rifugiato è costantemente al di sotto dell’1%. È possibile che in Grecia si rechino solamente migranti economici, senza alcuna altra motivazione che li abbia spinti a partire? Ovviamente no, e molti sono stati i richiami affinché la Grecia si adeguasse alle convenzioni internazionali sui rifugiati. E qual è la situazione in Italia? I dati parlano di quasi 65.000 richiedenti asilo nel 2014, dei quali più del 20% è stato respinto e solo poco più del 5% sono stati riconosciuti come rifugiati. Alla restante gran parte dei candidati sono state riconosciuti status differenti da quello di rifugiato come la protezione umanitaria e quella sussidiaria, che comportano un riconoscimento di una gamma di diritti minore rispetto allo status di rifugiato. Nonostante tutte le ragioni del mondo contro un’Europa che sta aiutando poco o niente i Paesi ai confini dell’Unione, io credo fermamente che il nostro Paese, così come tutti gli altri, possa e debba fare ancora di più. Lo slogan “Prima gli italiani” lascia decisamente il tempo che trova perché non fa altro che confondere due piani che devono essere ben distinti e separati: quello delle politiche nazionali in favore della parte più svantaggiata della nostra popolazione e quello delle politiche di diritto internazionale sui diritti umani. È evidente a tutti che la crisi economica sta portando con sé strascichi che ancora per molto lasceranno il segno nella nostra società, ma la colpa è di chi scappa in cerca di protezione o delle politiche degli ultimi anni, incapaci di incidere realmente sul benessere dei nostri concittadini? Nessuno vuole togliere nulla agli Italiani in difficoltà, ma nessuno tocchi quelli che sono i diritti di chi, in fuga da guerre e persecuzioni, cerca rifugio nel nostro Paese. Se vi fosse anche solo un minimo dubbio che, se una persona fosse rimpatriata nel Paese dal quale scappa, questa sarebbe perseguitata ingiustamente, i motivi economici, che quasi certamente avranno concorso alla decisione della persona in questione di fuggire, non dovrebbero minimamente essere presi in considerazione. Troppo spesso, invece, si abusa della nozione di migrante economico.

Quindi, caro Salvini, cari salviniani, a me non piace moltissimo il motto ora in voga dello “Stay human”. Preferisco decisamente un più pragmatico “Stay fair”. Abbiamo il dovere di essere giusti, sia in senso morale che propriamente giuridico, con noi stessi, gli Italiani e anche con chi arriva in cerca di protezione. Basterebbe, caro Salvini, semplicemente che non si facesse un minestrone ogni volta che ti accingi ad affrontare un qualsiasi argomento. So che siamo in un momento storico assolutamente adatto a questo tuo modo di fare, ma ti assicuro che parlare con cognizione di causa, sapendo davvero ciò che si dice e facendo conoscere, quindi, a chi ci ascolta o legge come realmente stanno le cose è bellissimo. Quindi, caro Salvini, stay fair.

Marco Migliaccio, Giovani Democratici Milano

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